Cerca

lemondeduzak

I'm in love with places I've never been to and people I've never met

Ciò che inferno non è

“Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura ché la diritta via era smarrita.” Questo è l’incipit della Commedia, l’esordio del viaggio per antonomasia, raccontato da un uomo che, all’età di 35 anni, si desta dal torpore a cui ci costringe la frenetica caccia al futile e prende consapevolezza dell’unica fattuale necessità della vita: tendere alla verità, al motore che tutto regge e governa. 3 cantiche, 33 canti ciascuna, una metrica meticolosamente imperniata su terzine ed endecasillabi, un sistema ideologico complesso e scevro da incongruenze, un bagaglio culturale poliedrico, approfondito, interiorizzato e, soprattutto, di matrice laica, aspetto che, almeno per quanto concerne Inferno e Purgatorio, rende la lettura dei suoi versi di fruizione appetibile a tutti. L’opera dantesca è la perfetta sintesi tra teologia e filosofia, i due sentieri della verità battuti da numerosi pensatori che sono passati alla storia e dalle cui produzioni il Sommo Poeta inequivocabilmente attinge a livello teoretico, pervenendo a un eclettismo che non si impone l’obiettivo di fornire risposte, ma piuttosto spunti di riflessione di varia natura da deferire all’esame della ragione individuale.

Dante ha segnato profondamente l’immaginario collettivo, merito non solo del fiorentino volgare adottato che si emancipa dai confini angusti municipali, ma anche della capacità dell’autore toscano di fare breccia nell’intimo del lettore senza schermi di mediazione. Egli parla al ricco e al povero senza distinzione, utilizza simboli e allegorie che oggi danno adito a interpretazioni, ma che nel XIV secolo erano di chiara comprensione, essendo figure strettamente connesse al contesto storico-culturale in cui le cantiche sarebbero state pubblicate. Emblema di quest’influenza sono le citazioni dantesche storpiate e divenute a tutti gli effetti modi di dire popolari, nonchè il contributo dato alla creazione di un volgare letterario italiano, evidenziato dal peso attribuito al suo poema nella compilazione del primo Vocabolario degli Accademici della Crusca. Si può individuare un esempio lampante di questo processo linguistico nei titoli della prima e della terza cantica: Inferno e Paradiso, nomi che alle elementari si impara a scrivere rigorosamente in minuscolo e ad analizzare quali “comuni e di cosa”. Due termini portatori di un significato spirituale nella maggior parte dei culti religiosi, ma ormai usati iperbolicamente nel quotidiano per esprimere in senso figurato l’estremo male e l’estrema letizia.

Il pellegrino guelfo, intrappolato negli antri peccaminosi della sua interiorità, sembra non riuscire a districarsene e, avvistate le tre fiere, perde definitivamente la speranza di raggiungere la vetta del colle. Il punto di partenza del viaggio dantesco si colloca idealmente presso il tempio di Delfi, sul cui frontone vede scritto “Conosci te stesso”. Seguendo il motto socratico Dante trascende la sua persona e, fedele agli insegnamenti di S.Agostino, si cimenta nella disamina della propria coscienza, intesa come attività individuale e consapevole dell’io. Ed è proprio a livello dell’autocoscienza che specula, inoltrandosi fino a una tale profondita che “per poco il cor non si spaura1“. D’altronde è inevitabile, si soffre nel palesare le proprie brutture e i propri difetti, poichè, per quanto si cerchi di convincersi che nessuno sia perfetto, tutti si logorano nell’incessante ricerca della perfezione che trova l’epilogo nello scontro deludente con la realtà viziosa in cui siamo immersi e di cui siamo costituiti. Un impatto difficile e doloroso da assimilare, ma necessario per emendarsi ed essere felici: “il piacere è figlio d’affanno2“, e tra i due sussiste una proporzionalità diretta, secondo la quale all’aumentare del secondo aumenta anche il primo. Più profondo è il pozzo colmo di lacrime in cui si affligge l’uomo, maggiore sarà lo slancio con cui ne scaturirà il riso di colui che arde di gioia per essere riemerso in superficie3. Bisogna toccare con mano il fondo del baratro e assaporare la negatività del mondo per poter valorizzare la felicità, sentimento di cui non possiamo appropriarci eternamente, perchè altrimenti verrebbe meno il fine che ci mantiene in vita da un punto di vista etico. Un messaggio che anche la Disney ha voluto diffondere sul grande schermo, producendo nel 2015 una pellicola d’animazione candidata all’Oscar, Inside Out, che con una buona dose di fantasia impersona Gioia e Tristezza e ne fa due facce della stessa medaglia, riprendendo involontariamente la morale del padre della nostra lingua.

Tuttavia l’esperienza mistica raccontata da Dante non sarebbe stata possibile senza l’aiuto dei suoi duci: Virgilio, Beatrice e San Bernardo. Se non fosse stato per il loro intervento, stabilito “colà dove si puote ciò che si vuole”, l’itinerarium mentis in Deum si sarebbe concluso in seguito all’apparizione della lonza, del leone e della lupa, che, allegoricamente parlando, avrebbero divorato la vittima della selva oscura. Un soccorso dall’alto che descrive l’azione salvifica che Dante attribuisce a Dio, un approccio fideistico maturato dopo aver condotto un’indagine filosofica insufficiente a soddisfare la sete di verità del poeta. Dante insegna che da soli non si va da nessuna parte e che “chiedere è vergogna di un attimo, mentre non chiedere è vergogna di tutta la vita”4. I personaggi che incontra nei tre regni spesso precedono le sue domande, sono desiderosi di condividere con lui ciò che hanno raccolto dopo la semina terrena, non gli negano mai alcuna risposta. Rivestono, di fatto, il ruolo fondamentale che svolgono nella vita le amicizie e i rapporti parentali, grazie ai quali la nostra esistenza, infernale se paragonata all’Eden che ci era stato destinato, risulta più sopportabile. Solo costituendo un consorzio solidale fondato sulla dignità umana, si può imparare a convivere con le vicissitudini di un inferno che periodicamente e inesorabilmente rompe l’equilibrio emotivo di ciascuno di noi. Valorizzando l’amore, dato e ricevuto, e scorgendovi l’essenza della vita, si trova in mezzo all’inferno qualcosa che non è inferno5 e che si ha il dovere morale di fossilizzare nella memoria, affinchè se ne possa preservare il ricordo e si faccia di esso un’ ancora di salvezza nei momenti più oscuri.

La preghiera consente a chi, come Dante, crede in una religione e la pratica, di immortalare le fortune quotidiane e di passarle in rassegna, esternando gratitudine a Colui che ci rende santi per qualche istante pur senza essere martiri6, che si fa garante del nostro benessere, infondendoci fiducia in ogni Sua azione, anche la più funesta, poichè “n’ la sua volontade è nostra pace7“. Da qui l’accettazione dell’esilio senza ribellione o paura da parte del poeta fiorentino, al quale, accolta la lapidaria sentenzia di Piccarda, non importa più che terra calpesti8, ma che il suo animo possa sempre tendere al Creatore. Usare il termine obbedienza rischierebbe di inficiare il significato di questo nobile atteggiamento, che si manifesta in una subordinazione non unilaterale, ma mutua, per la quale l’espressione più adeguata è kenosis9, parola greca utilizzata da Paolo di Tarso nella sua Lettera ai Filippesi con il significato di “svuotamento”. Svuotarsi della tendenza al peccato, del proprio egocentrismo, delle superstizioni che, come chiosa Lucrezio nel De rerum natura, inducono ai più grandi mali del mondo10; per poi uscire a rivedere le stelle11, e così, puri, essere disposti a salire sempre più in alto verso la loro luce12, pronti ormai ad abbracciare l’Amore che tutto muove13 e nessuno dimentica.

1Giacomo LEOPARDI, L’infinito, vv. 7-8

2Da Giacomo LEOPARDI, La quiete dopo la tempesta, v.32

3Da Gibran KHALIL, Il profeta, 1923

4Proverbio giapponese

5Da Italo CALVINO, Le città invisibili, 1972

6Da Lucilla GIAGNONI, Vergine Madre

7Dante ALIGHIERI, Paradiso, III, v. 85

8Da SENECA, Consolatio ad Helviam, VIII, 6

9 Molto simile da un punto di vista semantico alla parola araba “islam”.

10Da LUCREZIO, De rerum natura, I, 93,101

11Dante ALIGHIERI, Inferno, XXXIV, v. 139

12Dante ALIGHIERI, Purgatorio, XXXIII, v.145

13Dante ALIGHIERI, Paradiso, XXXIII, V. 145

 

Sproloquio domenicale

“Cosa litighi, che oggi ci sei e domani non lo sai?”

Preziosa e lapidaria verità. Parole che appena accolte fanno breccia nel cuore e nella mente, come un dardo che sembra essere destinato a non essere più rimosso dal bersaglio colpito. Ma le circostanze assediano la volontà che, a furia di scagliare buone intenzioni e fermezza a iosa, prima o poi alza bandiera bianca. Se nella sezione “segni particolari” della carta d’identità non ti è stato registrato alcuno stato di beatitudine, beh questa è la sorte a cui sei segnato, questo il punto di approdo a cui perverrai  ogni qualvolta ti prefigga il vano proposito di fare sempre memoria della precarietà esistenziale di cui, aihmè, soffriamo (si attendono reclami dall’uomo immortale fuggito dalla Marvel lo scorso venerdì, la taglia è sull’ordine dei milioni).

Perchè è così, l’istinto atavico di violenza è intrinseco nell’uomo. Quel misantropo di Hobbes non aveva poi così torto nel descrivere lo stato di natura come un’incessante guerra di tutti contro tutti. Sia lodata qualunque entità in cui crediate che lo stato di natura non s’abbia da fare nè domani, nè mai. I nostri più calorosi ringraziamenti al babilonese Hammurabi per essersi reso conto che l’uomo, per manifestare la razionalità che lo distingue dagli animali, abbia bisogno di un codice di leggi che regoli la convivenza interpersonale e ne garantisca la perpetua possibilità di rinnovarsi e tendere all’ideale perfetto di civiltà.

Eppure non è abbastanza. La violenza fisica non è più pane quotidiano per tutti, ma di oppressi manzoniani se ne contano ancora, di mattanze disumane se ne sente parlare al telegiornale quotidianamente, molte non godono di sufficiente visibilità e non sono nemmeno citate: il numero di vittime non è impressionante, il luogo dell’accaduto è mediaticamente irrilevante, “ne mietono così tanti di morti laggiù che è impossibile stare dietro agli sviluppi della situazione”. Ma queste sono le logiche dell’industria dell’informazione, una realtà paradossalmente privata che ha il dominio di un bene comune e ipoteticamente trasparente. Strana la vita, è sconvolgente come basti fermarsi un secondo dalla frenesia in cui siamo immersi e riflettere, per scorgere le contraddizioni che fingiamo di non conoscere  ogni sera, prima di andare a letto. Contraddizioni di cui macchiamo le fedine penali a partire da quel famigerato giorno in quel dell’Eden. Siamo nati contraddittori e così saremo fino alla fine dei nostri giorni. Lunedì pontifichiamo sull’assurdità dell’odio e non ci capacitiamo di come la pace nel  mondo sia ancora oggi un traguardo inattingibile; martedì sbattiamo la porta di casa e mandiamo a quel paese mamma e papà. Mercoledì esprimiamo la nostra gratitudine a un amico con un affettuoso “ti voglio bene”; giovedì lo malediciamo nella mente perchè ha raggiunto il successo che volevamo per noi. Venerdì scioriniamo utili consigli per gli altri, sabato ci rendiamo conto che non saremmo in grado di seguirli se fossimo nei panni della persona in bisogno. Domenica mattina affoghiamo nel sonno che tutto dimentica e recuperiamo ottimismo per la settimana a venire, con la speranza che queste incongruenze possano lasciare spazio all’equilibrio emotivo che tutti desiderano. Come non detto, ecco che il lunedì si conclude tra le lacrime per un maglioncino non acquistato, dopo aver partecipato nel pomeriggio a un evento di beneficenza per gli orfani nel mondo. Si cresce e si matura con queste ponderazioni destabilizzanti, delusi dall’impossibilità di trovare una corrispondenza costante tra gli intenti e i comportamenti fattuali.

Questo sproloquio ha valenza assoluta per tutti i sentimenti negativi che, volente o nolente, sono parte integrante e innegabile della nostra sfera sensibile. Il tentativo di combatterli è nobile, nonchè naturale. La delusione per le sconfitte continuamente riportate è fisiologica e inevitabile. Virtù e felicità non si possono appaiare, l’uomo non è terreno fertile per questa mistica unificazione. Crogiolarsi, assopiti, nell’incoerenza congenita è la scorciatoia più immediata. Ma come non sempre nei test a crocette la risposta più lunga e dettagliata è quella giusta, così nell’etica individuale la via più semplice non va necessariamente  assecondata davanti a un dedalo apparentemente impossibile da sciogliere. Perchè è vero che volare troppo in alto e avvicinarsi al Sole può farci precipitare nel baratro più profondo; ma è altrettanto vero che è la sola accettazione della lotta titanica contro il male di cui siamo portatori a renderci umani veri.

 

 

13/10/2015: Italia dice sì allo ius soli

Il voto di oggi nell’Aula di Montecitorio è un bene per il Paese, una scelta che racconta un’Italia che investe sul proprio futuro, sul diritto di cittadinanza come potente strumento di ‪integrazione. Questo voto cambia in meglio la vita di tantissimi minori stranieri che non dovranno più attendere come oggi ben oltre la maggiore età, quando ci si è già formati e si è cresciuti da stranieri nel proprio Paese.

#iussoli #italiaèpronta

ius-soli1

INSIDE OUT!

Inside out è un recentissimo film d’animazione targato Pixar che va oltre il tradizionale intrattenimento per bambini. La trama è incentrata su una visione meccanicistica e determinista della mente umana, governata dalle personificazioni dei sentimenti umani e organizzata secondo un sistema preciso e inviolabile di catene di montaggio. Riley, la bambina protagonista, è la cavia umana adottata nell’espermento freudiano del regista P.Docter che non lascia niente al caso e raccoglie ogni dettaglio dell’esperienza umana nella sua rappresentazione figurativa del sistema nervoso.

Infine una morale incisiva che si coglie solo arrivati a conclusione della pellicola: la tristezza non è un male. Per quanto possa sembrare un paradosso, la lezione più grande del film riguarda proprio la tristezza, responsabile della felicità tanto quanto la gioia. Perché seppur rimanga valido il consiglio del bicchiere da vedersi mezzo pieno, fingere sempre che vada tutto bene, soprattutto quando non è così, è inutile e dannoso. Ecco perché a volte è meglio ammettere di non essere felici e sedersi a far due chiacchiere con Tristezza, prima di rimettersi in piedi e ricominciare.

In cima al botteghino della settimana, merita davvero di essere visto!

Aeroporti

Amo gli aeroporti. Amo quei luoghi in cui le persone si rivedono dopo tanto tempo. Quelle persone che mollano valigie in mezzo alla strada e corrono ad abbracciare i loro cari. Sono i luoghi dove puoi percepire l’amore, i luoghi dove ci si ritrova.

Amo gli incontri in aeroporto, quasi come fosse quella la vera meta del viaggio, di quel vagare da città in città, per poi ritrovarsi in un abbraccio ristoratore che vuol dire nel suo silenzio “Sono tornato”.

Amo osservare l’andare e venire delle persone. Talvolta mi sono soffermato anche ad osservare le lacrime e gli abbracci di chi lasciava sul pavimento non troppo distante da sè il suo bagaglio prima della partenza. Immagino che quanto più sia intenso l’abbraccio, quanto più sia lungo il silenzio alternato a quel dignitoso rumore dei singhiozzi, più sia dura la partenza, più sia lungo il soggiorno di chi parte, più sia dolorosa l’assenza per chi resta.

Adoro quei posti come gli aeroporti che riassumono tutto quello che in fondo la vita comprende: arrivi, partenze e ritorni, atterraggi e decolli, ritardi, attese estenuanti, abbracci di riconciliazione, lacrime di nostalgia, scambi di amore, di affetto, di gratitudine che avvengono nel silenzio di due anime come se attorno non ci fosse altro.

Amo quei posti in cui puoi percepire la fragilità dell’uomo davanti a un allontanamento che provoca dentro ogni corpo un vuoto profondo quanto una voragine, il ricominciare di chi decolla, il mettere radici di chi atterra, lo sguardo perplesso ed ansioso di chi teme di non arrivare in tempo, il coraggio di chi aspetta e la gioia di chi sa che esiste qualcuno che ancora vuole esserci, quell’incredibile scambio di amore che avviene senza troppe parole ma nel silenzio lucente di sguardi e sorrisi che si scrutano per poi intrecciarsi, la dignità di chi resta inerme di fronte a saluti che intanto fanno il cuore a pezzi.

Mi piacciono i posti così, dove se sei particolarmente attento riesci a palpare la vita, a percepirne il senso anche solo osservando in silenzio senza far troppo rumore, quei posti dove c’è talmente tanta vita da poterla tagliare a fette e conservarne un pezzo da portare nelle tasche, perché ovunque ci siano persone c’è sempre un ineguagliabile scambio di vite.

Fuori c’è il sole

24 settembre 2015, fuori c’è il sole.

Oggi il mondo islamico celebra la sua festività più significativa, l’Eid al-adha, comunemente chiamata “festa del sacrificio”, un Natale autunnale per i seguaci di Allah che tuttavia cambia data ogni anno, indietreggiando di tredici giorni circa ogni volta, secondo la differenza che sussiste tra il calendario islamico e quello gregoriano.

Ogni famiglia musulmana, possibilità economiche permettendo, è chiamata a sacrificare un animale (ovino, bovino, caprino o camelide). In proporzione al numero dei membri della famiglia, l’animale più comunemente sacrificato è l’agnello. Un sacrificio che vuole ricordare il gesto di Abramo che, sottomettendosi al volere di Dio, si dimostrò disposto a sacrificarGli il figlio Ismaele, prima di venire fermato dall’angelo e di eseguire un sacrificio sostitutivo con un montone. L’apogeo della fede e della sottomissione che simbolicamente ogni musulmano si propone di vivere in prima persona in questa giornata.

Una giornata che ho trascorso a scuola, per non perdere troppi appunti e non saltare una verifica di fisica importante. Una mattinata tra i banchi nell’indifferenza di persone che, senza colpa, non sono a conoscenza di quest’importante ricorrenza o che, pur conoscendola, non hanno idea di quando venga celebrata. Cinque ore a scuola con la testa, ma con il cuore a casa, dove i miei famigliari si sono riuniti per andare a pregare in moschea e stare insieme. Nessun augurio, nemmeno dai miei amici più stretti, da chi corre fianco a fianco con me la maratona della vita. E pensare che tra tre mesi sarò preso a inviare sms, scrivere e-mail e fare telefonate per augurare “Buon Natale” a chi voglio bene e anche a chi ha semplicemente incrociato il mio sentiero in questi anni.

Strano? Ci fai l’abitudine, come quando passi la gomma su una scritta in matita: dopo aver fatto avanti e indietro con la mano un paio di volte la grafite svanisce; stessa sorte per la delusione puerile di chi sente parlare di Babbo Natale dai compagni di classe e si aspetta di ricevere il giorno dell’Eid i regali che non ha trovato sotto l’albero. All’alba della quinta liceo passa, giurin giurello.

Deluso? Non se ne parla, la vita è troppo corta per provare sentimenti mesti come la delusione. L’aggettivo “normale” calza a pennello in una situazione come questa che, a pensarci, non può essere altrimenti. è la storia di chi vive in uno stato di transizione tra due culture differenti, la cui trama è fondata su una continua ricerca dell’equilibrio tra i pesi, sfida che – modestia a parte – non risulta affatto ardua per una Bilancia come il sottoscritto.

Oggi tutto il materialismo che si costruisce attorno alla religione passa in secondo piano, se non terzo. Questo pomeriggio mi voglio mettere in mare, i remi sono posizionati e il vento sembra ottimale. Non c’è destinazione migliore che l’oasi della riflessione.

Sacrificare. Il proprio tempo libero per aiutare un amico in bisogno, una notte di sonno per fare compagnia a una persona cara in partenza, l’ultima fetta di pizza dopo una giornata a stomaco vuoto per darla al fratellino che non si è saziato. Sacrificare la carriera per la famiglia, il premio della lotteria per devolverlo in beneficenza, le vacanze con gli amici per stare con mamma e papà.

Sacrificarsi. Per arrivare a fine mese dignitosamente e con i conti in pari, per garantire un futuro ai propri figli, per salvaguardare un progetto che altrimenti fallirebbe. Sacrificarsi per salvare la vita di una persona amata o, socraticamente, per un ideale a cui non si intende rinunciare.

Sacrificare e sacrificarsi per amore, quell’intenzione spontanea che regola ogni azione volta al bene, quel motore emotivo che ci appartiene dalla nascita e di cui spesso ci dimentichiamo accecati dal futile.

Sacrificare e sacrificarsi disinteressatamente, in vista di una gioia più grande che non ha bisogno di appuntamento per arrivare in tempo. Come ad esempio la new-entry in casa Bekkali, data alla luce da mia zia Leila stamattina. Si chiama Roeya, in arabo “visione, sogno positivo”. La vita è un dono prezioso, oggi più che mai. E fuori c’è ancora il sole.

12039510_900520596695618_2633582274140355283_n

In my next life

“In my next life I want to live my life backwards. You start out dead and get that out of the way. Then you wake up in an old people’s home feeling better every day. You get kicked out for being too healthy, go collect your pension, and then when you start work, you get a gold watch and a party on your first day. You work for 40 years until you’re young enough to enjoy your retirement. You party, drink alcohol, and are generally promiscuous, then you are ready for high school. You then go to primary school, you become a kid, you play. You have no responsibilities, you become a baby until you are born. And then you spend your last 9 months floating in luxurious spa-like conditions with central heating and room service on tap, larger quarters every day and then Voila! You finish off as an orgasm!”

W. Allen

woody-allen

Blog su WordPress.com.

Su ↑